domenica 29 aprile 2007
sabato 28 aprile 2007
sogni
da anni e anni non sogno più.
così, anche i momenti depressivi non sono mai troppo profondi.
perché lo scarto fra ciò che si vorrebbe essere e ciò che si è, è poco più di un soffio. uno scatto orgoglioso all’ultimo tornante.
ci si raggomitola nell’alibi dell’equilibrio.
un po’ di benessere fisico. qualche scampolo di benessere culturale. la consolazione di una famiglia normale. i mutui da pagare. i carrelli della spesa da riempire.
così, basta poco per sentirsi in armonia. il profumo di un nero d’avola leggermente barricato. la prima sorsata di birra in una torrida giornata. e persino il tempo rubato per scrivere blog.
la prima sorsata di birra
non c'era niente di più bello di quando rubavo 2 minuti per scolare una birra fresca di cantina
non ho più bevuto una birra così buona
alziamo le mani
qualcuno propone di fare un graffito osceno sotto il libro della Luciana. ci sto. come sempre, quando c’è da far casino. anzi: mi butto nel mucchio e anch’io traccio il mio bel pisellone col pennarello blu. tutti ridono. tutti ci stanno. il branco!
finisce l’intervallo.ci sediamo. arriva l’insegnante. una tipa di scienze. dura. segaligna. si fa silenzio.
luciana alza il libro e urla. la profia alza gli occhi e urla. guarda dove guarda lo sguardo di luciana e urla di nuovo. la profia parte a razzo verso la presidenza.
il preside antenore benatti entra possente: se non salta fuori il colpevole… attimi di ansiogeno silenzioallora: chi è stato?
guardo i miei compagni che non guardano. bisogna dare l’esempio, penso… e alzo la mano.
mi aspetto la scena da spot: i compagni che tutti alzano la mano… ma aspetto invano…
solo Gilberto, dopo un po’, alza gli occhi. e alza la mano…
guardo di nuovo i miei compagni, che non guardano
venite in presidenza voi due!
io e Gilberto andiamo.
giuro: non me la sono presa con luciana. non ho odiato Antenore. nemmeno la profia – di cui non ricordo più né nome né volto - ha popolato i miei rancorosi pensieri.
ma non scorderò mai la vigliaccheria dei miei compagni.
Il senso della vita?
Dopo secoli riprendo questo blog senza avventori con un post religioso. Deriva da una lettera - lunghissima, scritta a mano - di un ex studente caduto in depressione e che conserva un ricordo mitizzato del suo vecchio prof. Una lettera che mi pone domande inquiete: crede in dio? nel libero arbitrio? che senso ha la vita? ha paura della morte?...
Ho risposto al mio ex studente, che ricordo a fatica. E mi chiedo se ho fatto bene.
Carissimo C.:
nel ricordo gli alunni rimangono ragazzi e la tua lettera da uomo mi spiazza un poco.
È facile apparire mitici agli occhi di un adolescente in cerca di certezze, più difficile un dialogo alla pari.
Mi fai delle domande. E che domande!
Io posso talvolta spacciarmi per un esperto di letteratura o di tecnologie educative (il mio nuovo campo di ricerca), ma non posso certo vendermi come un esperto di vita.
L’unica verità che posseggo è la convinzione che non esistono verità.
La realtà è quella che costruiamo noi, con i nostri occhiali culturali.
Le mie risposte, dunque, sono banali.
Non credo in dio.
Noi siamo la risultanza di una chimica casualità. E come l’elefante ha sviluppato la proboscide, e la tartaruga il carapace, noi abbiamo sviluppato l’intelligenza: la nostra fede e la nostra condanna.
L’intelligenza talvolta ci amplifica il piacere, più spesso ci amplifica il dolore.
Si nasce, si vive, si muore.
È tutto!
La nostra vita – nella sua nuda essenza - non è molto diversa da quella del criceto o del lombrico.
Solo che noi ci interroghiamo. Spesso invano.
Il senso della vita è la vita stessa.
Viviamo come vive il gatto, o il ragno o la lattuga.
Si mangia, si beve, si dorme, si fa l’amore, ci si ripara dal troppo caldo (così proviamo un po’ di piacere dalla frescura), ci si ripara dal troppo freddo (così proviamo un po’ di piacere dal tepore di un piumone)…
Solo una cosa ci dà pensiero: il pensiero stesso. E a forza di pensare si pensa di essere ammalati. Perché non riusciamo a dare un senso al tempo (anche il tempo è una nostra insana proiezione), perché non riusciamo a capire il perché.
La mia filosofia di vita?
Ora, dopo decenni passati a guadare paludi perniciose (la religione, il comunismo, l’esistenzialismo…), ho semplicemente smesso di interrogarmi. Niente domande. Niente paura di risposte.
Si nasce, si vive, si muore.
È tutto!
Ma visto che abbiamo inventato una roba come il tempo, mi affanno per riempirlo. Più lo riempio, e meno tempo mi resta per pensare.
Il vuoto è ciò che fa paura.
Anch’io, come tutte le persone intelligenti, cado spesso in depressione. L’accidia, la chiamava il buon Petrarca. Lo spleen lo chiamava il buon Baudelaire.
Ma appena cado, fuggo.
Appena ho un po’ di vuoto, lo riempio.
I figli, la famiglia, il lavoro, i debiti… Tutto vale, per non sostare.
Non cerco più risposte. E mi accontento di vivere alla giornata.
Ed una giornata è salva quando ho dato un po’ di cibo al corpo, un po’ di cibo alla mente, ed un po’ di cibo all’anima (che, comunque, non c’è).
Per nutrire il corpo? Corro, vado in bicicletta, nuoto fino allo stremo.
Per nutrire la mente? Conoscere, studiare, imparare, insegnare qualcosa di nuovo. Senza grandi fini. Senza grandi scopi. Solo per il piacere intellettuale. Solo per ingannare il tempo.
Per nutrire l’anima? Il frammento di un libro, qualche verso, un quadro, un fiore, la luna, un buon bicchiere di Brunello, o un pranzo cucinato ad arte per i miei cuccioli…
Una filosofia minimale, lo so.
Una delusione per chi come te s’interroga ancora sui grandi misteri, lo so.
Ma è così. Lo so. Ora lo so.
Li guardo ancora, tutti quei tomi di profondi pensatori che gravano seriosi sugli scaffali qua di fianco. Li guardo, e non invidio più i loro autori. Tanto tempo passato ad inventarsi domande per giustificare le invenzioni di risposte!
Ti deluderò ancora. Perché il mio sguardo, svolazzando sui libri polverosi della mia modesta biblioteca, s’è incespicato su un libercolo leggero, femmineo e vacuo nella sua apparente inconsistenza. È il manifesto possibile della mia attuale aspirazione:
Philippe Delerm, La prima sorsata di birra e altri piccoli piaceri della vita, Frassinelli.
No, non invidiarmi troppo! Non riesco ad essere sempre così superficiale e leggero. Quasi quotidianamente il morso dell’angoscia esistenziale m’attanaglia. Come l’accidia ed il timore d’essere inadeguato.
Ma poi raccatto, quasi per caso, un po’ di cibo per la mente o per lo spirito. E quando il troppo vuoto o il troppo pieno stanno per affogarmi, scappo… Corro in piscina, e nuoto… nuoto… nuoto… Per ricordare al corpo che siamo corpo, prima che mente o anima.
Per ricordare al corpo che forse non siamo molto più che corpo.
buona vita
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Aggiungo un commento di una blogger di passaggio:
Carissimo Agati, ti ringrazio della tua presenza sul mio blog. Ho letto attentamente la risposta al tuo alunno che, in un momento difficile, si è ricordato di te. Non è poco. Significa che gli hai lasciato qualcosa che non è andato perso. Nel rispondergli hai descritto con efficacia il difficile mestiere di vivere, ma mentre leggevo non potevo fare a meno di pensare che la tua filosofia minimale non è altro che un progetto di felicità perchè fino a quando si hanno degli affetti, un libro da leggere, una bicicletta su cui correre, dei cuccioli da accudire e un quadro da ammirare beh ce n'è abbastanza per godere di qualche gioia, anche semplice e di nessuna pretesa ma può essere tanto. Certo, l'assenza di Dio può pesare, sono credente anche se non praticante, e anche quando lo spleen , come tu dici, mi attanaglia c'è una luce che mi rischiara. AverLo non è poca cosa.Mi dà la forza di risollevarmi. Grazie per l'intervento nel mio blog. In bocca al lupo. conci

